medicina e ricerca

Sclerosi multipla, scienziati contro scienziati sull'esito dello studio Zamboni 

Presentati i risultati della sperimentazione. La nota del Comitato Scientifico "boccia" l'ipotesi del professore ferrarese: nessun vantaggio per i pazienti ma utili ulteriori approfondimenti. La Fondazione "Il Bene" smentisce: da valutare l'esito su un sottogruppo di malati, l'intervento inoltre è sicuro. Le conclusioni sulla rivista "Jama Neurology": tecnica inefficace in molti casi, ma alcuni aspetti sono da approfondire 

FERRARA. «Gli autori dello studio Brave Dreams hanno osservato che nella popolazione di pazienti inclusi in questo studio l’intervento di angioplastica non ha avuto alcuna efficacia nel modificare il naturale decorso clinico della malattia, né  l’accumulo di nuove lesioni cerebrali e concludono  che in pazienti con sclerosi multipla il trattamento con angioplastica venosa del collo non è indicato, neanche se portatori di CCSVI», scrive il Comitato scientifico dello studio Brave Dreams sull'efficacia dell'angioplastica nella cura della malattia. Ma a stretto giro di posta risponde la Fondazione "Il Bene" che fa capo ad uno dei medici coinvolti nella sperimentazione: il neurologo Fabrizio Salvi. La Fondazione sottolinea, smentendo il Comitato, «l’altissima correlazione tra Insufficienza Venosa Cronica Cerebrospinale (Ccsvi) e Sclerosi Multipla (SM), la confermata sicurezza dell’intervento di angioplastica venosa (Pta) e, soprattutto,  la riduzione netta della presenza di nuove placche misurate mediante risonanza magnetica a distanza di sei mesi dall’intervento».

Gli studi del ricercatore estense continuano quindi a spaccare il mondo scientifico.

Mentre il professore ferrarese Paolo Zamboni, 60 anni, direttore della Sezione di Medicina e Chirurgia traslazionale di Università di Ferrara  ed esperto di livello internazionale nel campo delle malattie vascolari, presentava a New York  (oggi pomeriggio, 18 novembre, ora italiana) i dati dello studio nazionale realizzato con il Sant’Anna di Ferrara come ospedale capofila, il Comitato scientifico della sperimentazione ha inviato nelle redazioni il comunicato stampa che ha negato ogni vantaggio, per i pazienti colpiti da sclerosi multipla, dall’applicazione dell’intervento ideato dal ricercatore ferrarese.

I dati sono stati pubblicati contemporaneramente sulla prestigiosa rivista scientifica americana Jama Neurology.   L’unica porta lasciata aperta riguarda alcuni aspetti evidentemente ancora non definiti, a parere del Comitato: «L’andamento delle lesioni positive al gadolinio a 12 mesi, tra coloro che hanno effettuato l’intervento di angioplastica, pur non statisticamente significativo, supporta l’idea che siano necessari ulteriori studi su modelli fisiopatologici della malattia per potere fare considerazioni più generali».

Lo studio no profit, finanziato dalla Regione Emilia Romagna con 2.7 milioni di euro e promosso dall’azienda ospedaliero-universitaria di Ferrara, aveva lo scopo di analizzare l’efficacia e la sicurezza di un intervento di angioplastica con pallone dilatatore (Pta) nelle principali vene extracraniche come terapia innovativa della malattia. Una metodologia tratta dagli studi compiuti da Zamboni tra il 2007 e il 2009 che avevano portato alla individuazione da parte del chirurgo vascolare di  una patologia vascolare denominata insufficienza venosa cronica cerebrospinale (Ccsvi).

La sperimentazione, avviata nel 2012, mirava a verificare l’efficacia e la sicurezza dell’intervento di Pta ai fini del miglioramento del flusso venoso di ritorno, una condizione che – secondo Zamboni e la sua equipe - avrebbe potuto migliorare, o anche solo rallentare, il decorso naturale della malattia. Una tesi che ha fatto discutere il mondo scientifico sollevando un’annosa diatriba, in particolare fra chirurghi vascolari e neurologi, questi ultimi in buon a parte convinti della scarsa validità dell’intervento proposto dal gruppo di ricerca ferrarese. Proprio per dirimere la controversia la Regione Emilia Romagna deliberò nel 2012 un finanziamento per uno studio multicentrico nazionale coordinato dal Sant’Anna e al quale parteciparono alcuni centri di ricerca: oltre ai centri neurologici di Ferrara e Bologna (Polo delle Neuroscienze), l’azienda ospedaliera Universitaria di Novara, l’Istituto Neurologico Besta di Milano, l’Ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna, l’azienda ospedaliera universitaria di Ancona e l’Asur Marche e il Policlinico Vittorio Emanuele di Catania

«Il numero dei pazienti inclusi nello studio, comunque pari a 207 e dunque di gran lunga il più elevato fra gli studi clinici controllati sinora pubblicati, è risultato inferiore a quanto  inizialmente programmato e atteso, in quanto  i centri italiani che hanno  partecipato sono stati soltanto 6 rispetto ai 15 che avevano aderito inizialmente al progetto - scrive il Comitato scientifico - Gli obiettivi principali dello studio riguardavano l’efficacia dell’intervento di angioplastica delle vene del collo su due importanti esiti: la disabilità misurata clinicamente e l’accumulo di nuove lesioni cerebrali misurato con risonanza magnetica dell’encefalo.L’esito disabilità, il primo obiettivo dello studio, è stato valutato periodicamente fino a 12 mesi dopo l’intervento attraverso la misurazione di 5 fra i deficit funzionali che più frequentemente colpiscono i malati di questa patologia - prosegue il comunicato - Da questi 5 parametri si è ottenuto un indice sintetico di variazione clinica del paziente. Questi deficit, misurati oggettivamente con strumentazioni apposite comprendevano: il deficit di controllo del cammino, di equilibrio, di destrezza manuale, di svuotamento della vescica e di acuità visiva. Occorre sottolineare l’innovatività di questa metodica  di valutazione che per la prima volta in uno studio clinico  sulla sclerosi multipla misura il risultato sulla base di 5 parametri simultaneamente, e tutti molto rappresentativi delle condizioni funzionali dei pazienti».

«Lo studio – conclude la nota del Comitato scientifico - ha dimostrato che l’intervento di angioplastica venosa non ha alcun effetto sulla disabilità rispetto ad un intervento simulato. Il secondo esito analizzato nello studio è stato l’accumulo di nuove lesioni cerebrali misurato con esami di risonanza magnetica eseguiti dopo 6 e 12 mesi dall’intervento di angioplastica, preceduto da un esame basale. Le immagini di risonanza magnetica sono state tutte valutate presso l’Università di Firenze in un unico centro, dove gli esami sono stati letti “in cieco”, cioè senza conoscere il trattamento al quale era stato sottoposto il paziente. Non sono state osservate differenze fra i due gruppi a confronto nell’accumulo di nuove lesioni combinate visualizzate alla risonanza magnetica a distanza di 12 mesi dal trattamento. Per quanto riguarda la sicurezza dell’intervento di angioplastica, questo non ha determinato effetti avversi di rilievo».

Ma la Fondazione "Il Bene"  dà una lettura molto diversa dei dati e afferma che l'adozione di questa tecnica potrebbe conseguire risultati molto interessanti dal punto di vista della terapia.

«Brave Dreams ha raggiunto pienamente uno dei tre parametri di outcome (risultati) primari, quello della sicurezza, e dimostrato che il miglioramento del drenaggio venoso nei pazienti SM riduce la probabilità di accumulo di nuove placche. Ciò – evidenzia la Fondazione "Il Bene" - indica un evidente coinvolgimento della circolazione venosa nella complessa patogenesi della malattia, quantomeno in un ampio sottogruppo di pazienti. Si ricorda che la sclerosi multipla è la più frequente causa di disabilità nei giovani, che in Italia i malati sono oltre 60.000, e che nel mondo viene diagnosticato un caso ogni 4 ore». La Fondazione mette in risalto un dato non contenuto nel comunicato del Comitato Scientifico, «in particolare l’alta correlazione tra CCSVI e SM che si attesta al 74% se si considera la valutazione mediante ecodoppler (130 su 177 pazienti) di cui il 93% è risultato CCSVI positivo mediante flebografia (tecnica diagnostica gold standard). Questo dato porta il valore predittivo positivo dello screening mediante ecodoppler, se effettuato da operatori adeguatamente formati, al 93% smentendo nettamente qualsiasi studio che neghi la correlazione tra CCSVI e SM».

Lo studio pubblicato da "Jama Neurology"  viene illustrato in 9 pagine, nelle quali sono evidenziati anche alcuni limiti della ricerca, tra cui il basso numero di centri che aderirono al “trial”: dovevano essere 15 ma alla fine, si spiega, solo 6 effettivamente reclutarono pazienti per condurre l’indagine clinica. Nelle conclusioni si citano alcuni dati: l’angioplastica (Pta) è risultata una tecnica sicura ma «inefficace» a trattare la Ccsvi in circa la metà dei pazienti»; la procedura non «può essere raccomandata per il trattamento dei pazienti con sclerosi multipla». La sperimentazione ha fatto emergere però un dato su cui Zamboni e il suo team mettono l’accento: la risonanza magnetica eseguita col gadolinio ha evidenziato «la possibilità che la Pta possa produrre benefici per un sottogruppo di pazienti con sclerosi multipla. Un aspetto che dovrebbe essere ulteriormente analizzato e investigato».